Venezia e Mestre sono spesso raccontate come città immobili; la prima sospesa in una cartolina eterna, la seconda intrappolata in un presente di sfide e necessità. Eppure, chi la vive ogni giorno questi luoghi e li respira con ottimismo, sa che la loro architettura sta attraversando una fase di trasformazione silenziosa ma profonda.
Per capire quali sono i progetti destinati davvero a lasciare un segno – nel modo di abitare, lavorare, muoversi e vivere gli spazi comuni – abbiamo acceso una conversazione con Filippo Caprioglio, architetto mestrino che in queste terre è di casa ma da anni lavora in tutto il mondo, con progetti che spaziano dall’ospitalità all’abitare, dagli spazi pubblici alla rigenerazione urbana. Laureato allo Iuav, con un master alla Syracuse University negli Stati Uniti, docente in diverse università e alla guida dello studio Caprioglio Architects tra Venezia e New York, Caprioglio è stato premiato a livello internazionale anche per la residenza unifamiliare “Villa F+T+3” a Mogliano Veneto, riconosciuta come una delle migliori case di lusso in Italia da una giuria internazionale di settore. 
Con lui abbiamo provato a mettere in fila dieci progetti architettonici a Venezia e dintorni che non sono solo “icone”, ma segnali concreti di come cambierà il nostro modo di vivere la città.
Filippo, partiamo da una domanda ampia: quando pensi ai progetti che stanno cambiando il volto della Venezia metropolitana, cosa ti viene in mente per primo?
“Se partiamo da Mestre, che negli ultimi anni ha avuto una trasformazione silenziosa ma reale, vedrei nell’M9 – Museo del ‘900 un punto di innesco: non solo come edificio, ma come dispositivo urbano. Il nuovo volume colorato progettato da Sauerbruch Hutton e l’intervento sugli edifici esistenti hanno creato una centralità del tutto nuova, un luogo in cui museo, piazza, commercio e vita quotidiana si intrecciano. 
Per me l’M9 dimostra una cosa importante: al di là delle sfide che questo progetto sta vivendo, quando l’architettura è pensata bene, non costruisce solo un contenitore, ma cambia i comportamenti, rimette in moto le persone. E in fondo, se parliamo di progetti che “lasciano il segno”, per me il vero segno è questo: vedere le abitudini trasformarsi intorno a uno spazio.”
Intorno a M9 oggi esiste un pezzo di città completamente diverso rispetto a dieci anni fa. Via Poerio, il nuovo caffè letterario nell’ex Emeroteca, il sistema degli spazi culturali… Che cosa rappresenta per te questo insieme di interventi?
“È interessante perché non parliamo di un singolo edificio iconico, non riesco a distinguere un edificio come landmark in questo caso, ma di una costellazione di luoghi che stanno ridisegnando Mestre come città culturale.
Penso alla rigenerazione di via Poerio e dell’ex Emeroteca, oggi ripensata come caffè letterario ed “Emeroteca dell’Arte”: uno spazio ibrido, dove convivono esposizioni, residenze d’artista, incontri, un modo nuovo di vivere il centro urbano che si connette con quanto accade al Centro Culturale Candiani, a Forte Marghera, al Vega.
Qui si innesta anche un altro tassello fondamentale: il restauro di Villa Erizzo e la nascita della Biblioteca Civica VEZ, che ha trasformato una villa storica in una vera “piazza del sapere”, aperta, trasparente, frequentata da studenti, famiglie, professionisti. 
Se guardiamo questi interventi insieme – M9, VEZ, Candiani, ex Emeroteca – vediamo nascere quello che molti chiamano il “quadrilatero della cultura” di Mestre: un chilometro quadrato in cui arte, studio, tempo libero e natura compongono un nuovo paesaggio urbano. Per un architetto è un segnale chiarissimo: la qualità dell’abitare non si misura solo dentro le case, ma anche fuori, tra le case.”
Dentro questo sistema culturale mestrino c’è anche un tuo progetto: l’intervento al Centro Candiani con il cinema IMG e la trasformazione della piazza. È uno di quei casi in cui l’architettura cambia davvero il modo di vivere un luogo.
Non amo molto l’autoreferenzialità, ma è vero: il lavoro sul Centro Culturale Candiani e sul cinema IMG, da un’idea condivisa con mio padre Giovanni ed i partner di studio architetti Vatta e Mattana è stato per noi un laboratorio prezioso. L’idea era trasformare un volume un po’ introverso con un vuoto a fianco in un luogo urbano poroso, capace di dialogare con la piazza e il tessuto circostante. 
Il cinema è stato ripensato come salotto urbano più che come “scatola nera”: foyer vetrati, luce che filtra da fuori, relazione continua tra interno ed esterno. Il ridisegno della piazza Candiani da parte del Maestro Gardenal ha completato il quadro: si è passati da uno spazio di passaggio a un posto in cui le persone si fermano, si incontrano, aspettano il film, vivono la città.
La cosa più bella, per me, è vedere la piazza, non più piazzale, piena in serate diverse dal sabato: è il segno che un progetto ha trovato il suo ritmo nella vita quotidiana.
Se spostiamo lo sguardo un po’ più in là, verso Tessera, uno dei progetti più discussi per il prossimo futuro è il Bosco dello Sport. Come lo leggi dal punto di vista architettonico e urbano?
Il Bosco dello Sport è un progetto che va oltre l’idea di “stadio nuovo”. È un campus dello sport e del tempo libero su oltre cento ettari, che mette insieme un nuovo stadio, un’arena polifunzionale, impianti per diverse discipline, spazi verdi, percorsi ciclopedonali. L’obiettivo dichiarato è creare un polo a scala metropolitana, connesso alla mobilità extraurbana e alla città, in grado di dialogare con l’aeroporto e con la terraferma. 
Dal mio punto di vista, la sfida vera è un’altra: far sì che non sia solo un oggetto-evento, ma un luogo vissuto anche fuori dalle grandi partite. Se il bosco rimarrà davvero bosco – con percorsi, aree di sosta, attività diffuse – e se le architetture sapranno essere riconoscibili ma non invadenti, potremo dire di avere costruito un nuovo landmark contemporaneo per Venezia, questa volta sulla terraferma.
E c’è secondo te qualche altro progetto, non necessariamente in centro, che ha segnato una svolta e sarà a prova di futuro?
Se parliamo di progetti che hanno segnato una vera svolta, inserirei sicuramente anche l’Ospedale dell’Angelo di Mestre, firmato da Emilio Ambasz. È un edificio che, intenzionalmente, non vuole sembrare un ospedale: lavora sul tema del benessere del paziente attraverso la luce naturale, le viste sul verde, la presenza costante della natura come controcampo alla dimensione clinica. Questo rapporto tra architettura e paesaggio, tra cura medica e qualità percettiva degli spazi, ha introdotto un modo diverso di pensare l’ospedale – meno luogo di sofferenza e più ambiente di accoglienza e guarigione – e per questo, a mio avviso, può essere considerato un landmark nella trasformazione dell’area metropolitana di Venezia.
Veniamo al centro storico e a Venezia. Se dovessi scegliere alcuni progetti recenti che stanno lasciando un segno nel modo di abitare Venezia, quali metteresti al primo posto?
Ci sono tanti progetti attuali che mi incuriosiscono, uno di questi è senza dubbio The Venice Venice Hotel a Ca’ da Mosto. Parliamo del palazzo più antico sul Canal Grande, rimasto a lungo in stato di abbandono e oggi restituito alla città attraverso un progetto di ospitalità radicale: gli interni mescolano arte contemporanea, design, memoria materica del palazzo, in un’idea di “post-venezianità” che non finge di reinterpretare o cancellare il passato, ma lo rimette in discussione con rispetto e coraggio. 
Anche il Fondaco dei Tedeschi è un bel progetto, ridisegnato da OMA: un edificio di origine mercantile che è diventato centro commerciale di fascia alta, ma anche spazio pubblico con il grande vuoto centrale coperto, gli affacci interni, la terrazza panoramica sopra il Ponte di Rialto. Al netto delle discussioni e delle sfide di questo luogo, ha mostrato come un’architettura storica possa ospitare funzioni contemporanee senza perdere la sua identità. 
Citeresti anche il tuo intervento a Spazio Berlendis?
Non lo so sinceramente, l’intervento che abbiamo realizzato nel complesso dell’ex Squero Fassi in Cannaregio è un progetto ben fatto, e che spero rimanga a prova di futuro, in particolare per essere il primo caso dove la porta d’acqua è un segno di contemporaneità architettonica ma rimane un progetto di nicchia e quindi da non paragonare ad opere pubbliche di maggior scala.
Si tratta di un capannone artigianale della falegnameria dello squero affacciato sul rio dei Mendicanti, trasformato in luogo per l’arte e la cultura. È un progetto a cui sono molto legato: abbiamo lavorato per mantenere l’anima produttiva del luogo, facendo entrare luce e acqua come elementi architettonici, creando un ambiente flessibile, in grado di ospitare mostre, performance, installazioni. 
Questi interventi hanno un filo rosso comune: usano l’architettura per ricucire, per rimettere in circolo spazi che rischiavano di essere solo scenografie.
Ma torniamo per un istante a Mestre. Negli ultimi mesi, oltre che del solito degrado, si parla spesso del “valore” della città: qualità della vita, servizi, ma anche investimento immobiliare. Che ruolo ha l’architettura in tutto questo?
Il tema economico esiste e sarebbe ipocrita far finta di niente: quando una città cambia volto, cambiano anche i valori immobiliari. Ma io credo che il compito dell’architettura non sia inseguire il valore economico, bensì costruire le condizioni perché le persone stiano bene.
Quando un progetto come M9 rigenera un pezzo di centro, quando VEZ rende la lettura un gesto quotidiano e informale, quando piazza Candiani smette di essere solo un attraversamento e diventa luogo di incontro, succede una cosa semplice: le persone si appropriano degli spazi. 
Ovviamente i progetti devono stare in piedi, devono essere sostenibili anche economicamente, sia negli interventi pubblici che privati. Ma allo stesso tempo è inutile guardare al valore economico come elemento isolato: se quel progetto non ha valore per le persone, non avrà mai un valore economico.
Quanto a Mestre, se devo rischiare con una sintesi, direi che Mestre ha fatto passi da gigante proprio perché ha iniziato a costruire luoghi desiderabili: piazze, teatri, parchi, percorsi universitari. C’è ancora tanto da fare ma in questo senso l’architettura è una forma di cura collettiva: si occupa di comfort, luce, proporzioni, suono, ma alla fine lavora su una cosa sola, che è il benessere di chi abita quei luoghi. Il processo deve essere partecipato e avere però una regia comune, altrimenti si lavora e concepisce per proprio orticelli e non per un idea di bene comune.
Finora abbiamo parlato molto di spazi pubblici, cultura, ospitalità. Ma tu sei stato premiato anche per una residenza unifamiliare a Mogliano Veneto: cosa ti porti da quell’esperienza nel discorso sul “vivere a casa” nell’area veneziana?
La villa di Mogliano è una casa privata, ma porta dentro moltissimo delle mie esperienze dei luoghi, dai più intimi locali agli open space più internazionali. È costruita intorno a una ideale corte, con pieni e vuoti, dove il rapporto con il verde, con l’acqua, con la luce naturale è costante. Il confine tra interno ed esterno è sottile, quasi liquido: si abita la casa ma allo stesso tempo si abita il giardino. 
Per me è questo il punto: che si tratti di un palazzo sul Canal Grande o di una casa immersa nel verde, l’architettura ha senso quando riesce a mettere la persona al centro. Non basta disegnare una bella facciata: bisogna pensare alla quotidianità, al gesto semplice di aprire una finestra, di uscire in cortile, di trovarsi in uno spazio che ci somiglia.
In questo senso, i progetti residenziali dell’area veneziana – anche quelli meno “iconici” – saranno sempre più influenzati da questa attenzione alla luce, al rapporto con l’esterno, alla flessibilità degli ambienti. È la stessa logica che ritroviamo nei campus universitari più avanzati, come il Campus Scientifico di Ca’ Foscari a Mestre, dove edifici didattici e residenze sono pensati come frammenti di città sostenibile, con grande attenzione ai materiali, all’efficienza energetica e agli spazi di relazione. 
E se invece ti chiedessimo di guardare un po’ più indietro nel tempo: c’è un progetto “storico”, non recente, che secondo te continuerà a lasciare il segno nei prossimi anni?
Penso al progetto originario dell’aeroporto Marco Polo di Venezia: un impianto architettonico molto chiaro, curato da uno studio importante come quello di Gian Paolo Mar e sua figlia Giovanna,, che ha saputo coniugare funzionalità, ritmo degli spazi e rapporto con il paesaggio lagunare e poco più in la i grandi Hangar delle Aeronavali, progetto di mio padre con le striature di toni differenti a mitigare i grandi volumi in un rapp orto tra cielo e acqua.
Nel tempo l’aeroporto è stato ampliato, aggiornato, adeguato alle nuove esigenze del traffico aereo, e sarà oggetto di nuovi progetti da qui al 2029, ma l’idea di fondo è rimasta leggibile: un luogo di soglia, dove Venezia si presenta al mondo. Credo che, proprio per questo, continuerà a lasciare il segno: perché è riuscito a fare quello che ogni architettura pubblica dovrebbe fare, ossia accogliere le persone con chiarezza, dignità e una certa misura.
Quindi sono questi per te i luoghi future proof?
Direi di si. Non sono gli unici, ovviamente. Ma credo che, nel loro insieme, raccontino una direzione: una Venezia che cerca di essere meno museale e più viva, pur convivendo con la sua vocazione, in cui centro storico e una Mestre con le sue peculiarità di città di terraferma non più mondi separati, ma parti identitarie di un unico territorio che prova a immaginare il proprio futuro.
Se dovessi chiudere con un messaggio per chi oggi progetta o acquista casa in quest’area, quale sarebbe?
Direi questo: pensate sempre al vostro modo di vivere, e di guardare sempre oltre il perimetro della vostra casa.
Il valore di un appartamento, di una villetta, di un attico non sta solo nei metri quadrati, nelle finiture o nella classe energetica – pur fondamentali –, ma nel modo in cui si adatta a voi e nel contesto che li circonda: piazze, parchi, scuole, trasporti, luoghi della cultura.
I progetti di cui abbiamo parlato non sono un elenco di cartoline, sono pezzi di un ecosistema. Più questo ecosistema diventa ricco, accessibile, ben progettato, più il “vivere a casa” in queste aree acquista profondità: diventa vivere una città intera, non solo quattro mura.
Questo, forse, è il segno più potente che l’architettura possa lasciare.